mercoledì 3 ottobre 2012

I volti indossati

Vedi, fece lui, la faccia che hai di fronte non è quella che normalmente indosso. Sono un'altra persona, ho un'altra vita e mi mimetizzo di continuo tra ricordi di me che non mi appartengono più. Lasciami perdere, è meglio.
 
Non era il momento migliore per restare fermi, pioveva e non avevano neppure di che ripararsi. Non era il momento migliore neppure per rispondere, certe affermazioni tranciano la fantasia. Non era il momento migliore per nulla.
La sola cosa veramente interessante di quell'incontro erano state le suggestioni e la follia di una sessualità incredibilmente incontenibile.
Non erano incontri qualunque, non c'erano preamboli o giri di parole, c'era andare al sodo e andarci in fretta.
E la sostanza era pesante, senza compromessi, per certi versi, deviante e fuori dalla soglia della moralità comune.
Non era lasciarsi andare era molto di più, era rinchiudersi nei dieci metri quadri della stanza e scordare dove quella stanza fosse e perchè esistesse, ammesso potesse esistere.
I volti, i loro volti, non erano previsti. Il corpo cominciava da sotto il mento e terminava sopra le ginocchia, neppure l'aria era aria, i respiri, le mani, le luci accese o spente, le persiane abbassate o spalancate, tutto era oltre, secondario al terreno e al mistico. Oltre.
La pioggia cadeva e cadeva l'ultima parola detta, che lei non esitò a voltarsi e andare via.
In fondo nessuno aveva un volto reale, nessuno dei due indossava ciò che era: ciascuno indossava la maschera dell'altro.
Lui la guardò di schiena rasentare i cornicioni del palazzo e scomparire all'angolo.
Si voltò appena senza muovere un passo, giusto per capire se dietro di lui esistesse ancora la strada o fosse sul ciglio di un baratro.

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