Mi
fece mettere una maglietta bianca, di cotone, anonima. Lo feci senza discutere,
mi fidavo di lei e mi piaceva partecipare ai suoi processi creativi, essere in
qualche modo compreso nella sua arte.
Quando
l’ebbi indossata si allontanò, lasciandomi solo al centro dello studio.
Attraversò il raggio di sole che entrava di sbieco dalla vetrata alla nostra
sinistra e cominciò a frugare tra la confusione del grande tavolo di legno, tra
pennelli, cornici e calchi di gesso. Trovò quello che stava cercando, un
barattolo di vernice rossa e lo aprì. Ci infilò tutta la mano dentro, la destra,
e poi la estrasse. Tornò verso di me tenendo il braccio lungo il fianco, le
dita lasciavano cadere piccole gocce rosse dietro di lei, come una scia di sangue.
Infilò i suoi occhi neri ben dentro i miei, in profondità. Aveva un’espressione
triste e fatale, come una condanna. Mi chiese qualcosa che non mi aveva mai
chiesto.
Dimmi
che mi ami.
Non glielo
avevo mai detto, sebbene ci frequentassimo ormai da qualche mese e sapessi in
cuor mio di amarla e mi fossi anche deciso a pronunciarle, quelle due parole,
di lì a poco. Forse l’avrei fatto proprio quella sera, eppure quella richiesta
mi paralizzò.
Non
credo potesse essere certa che lo avrei fatto, non era un ordine il suo, non
aveva nulla di perentorio. La voce le tremava, mentre lo disse, e gli occhi
sembravano sul punto di tracimare lacrime.
Nel
silenzio polveroso dello studio l’unico rumore, regolare ed insistente, era
quello delle gocce di vernice che le colavano dalle dita, schiantandosi sui
teloni di nylon stesi sul pavimento.
Avevo
paura, percepivo qualcosa di assoluto, come se tutto l’universo stesse
convergendo in quel punto, su di noi. Non mi aveva semplicemente chiesto di esplicitare
i miei sentimenti per lei, in qualche modo mi stava implorando di salvarla, da
qualcosa da cui non poteva fuggire da sola, di prendermi cura di lei, della sua
vita.
Mi
domandai se ne sarei stato capace, se con quelle cinque lettere avrei potuto
assumermi un impegno del genere, diventare il centro del nostro universo,
sostenerlo.
Respirai
profondamente, il cuore mi rimbombava nel petto, forte, insistente.
Le
dissi ti amo.
Lei
alzò la mano destra e ne appoggiò il palmo sopra il mio cuore, chiuse gli occhi
e abbassò la testa. Mormorò anch’io, poi tolse la mano che lasciò un’impronta
rossa sulla maglietta bianca.
Mise
le sue mani sui miei fianchi e me la sfilò. La appoggiò ad asciugare su una
sedia vicina, poi si tolse la sua e la gettò per terra, si sfilò i pantaloni
della tuta e gli slip.
Mi
accarezzò, con la mano rossa e anche con l’altra, mi sbottonò i jeans e facemmo
l’amore, in una maniera che fu diversa da tutte le altre, da quelle che erano
venute prima e da quelle che vennero dopo.
Ce l’ho
ancora quella maglietta. Lei la firmò, quella sera. Volle che la tenessi io.
È qui,
nelle mie mani, saltata fuori dall’ennesimo trasloco della mia vita. Probabilmente
oggi varrebbe bei soldi, a volerla vendere; lei ha fatto parecchio successo, da
allora.
Solo non
è più molto bianca, la maglietta dico, tende un po’ al giallo e il segno rosso
della sua mano è secco e leggermente scrostato.
Forse
per il tempo passato. O forse perché il mio cuore quella sera, mentre le dicevo
ti amo, batteva così forte che il colore non si stese uniformemente.
Non lo
so, mi piacerebbe pensare che sia la seconda, ma sarebbe una scelta
completamente arbitraria, che non ho diritto di fare.
Posso
solo contemplare quest’opera d’arte e ricordare quel momento, unico nella mia
vita, e quel ti amo pronunciato in una maniera diversa da ogni altro.
A
pensarci bene, guardando gli scatoloni qui intorno e questa casa che lascio,
forse l’unico autentico della mia vita.
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