martedì 11 settembre 2012

Lo Specchio



In piedi accanto al letto, mi guardo riflesso nella parete a specchio. Tendo i muscoli addominali, verifico la sporgenza dei pettorali. Poi ruoto facendo perno sulla punta dei piedi e mi osservo di profilo, valutando l’assenza di rotondità della pancia. Fletto le gambe e mi piego leggermente in avanti, lasciando emergere il disegno dei dorsali, gonfiando la massa dei quadricipiti femorali. Poi mi rimetto dritto, nella posizione di partenza, mi sfilo i boxer e li lascio scivolare fino a terra, allontanandoli con un rapido movimento del piede. Completamente nudo mi passo le dita sulla testa calva e le incrocio dietro la nuca. I miei tatuaggi risplendono, il mio corpo è liscio, perfetto. Sono indubitabilmente bello.
Mi fletto in avanti afferrando saldamente le caviglie, le mie gambe sono tese, la colonna vertebrale perfettamente arcuata.
Non posso vedere l’immagine riflessa, ma so con certezza che richiama un’idea di impeccabile perfezione fisica, l’estasi della proporzione, un ideale greco. Trattengo il respiro, chiudo gli occhi e mi immergo profondamente nel tepore mia autostima.
Suona il telefono e mi rialzo, uscendo dal bozzolo di compiacimento che mi proteggeva. Immagino chi possa esserci dall’altra parte dell’apparecchio e lo lascio squillare una, due, tre, quattro, cinque volte. Squilli lunghi nel silenzio della stanza. Poi scatta la segreteria.
-Lothar!
Il mio nome, pronunciato dalla sua voce infuocata, risplende di precisione come la lama di un bisturi. Allargo le gambe e contraggo i muscoli.
-Lo so che ci sei, brutta testa di cazzo!
Con una mano mi accarezzo l’addome, ammirando lo spettacolo meraviglioso di un erezione che si schiude. Posso percepire distintamente lo scorrere del sangue richiamato a gran voce là dove si concentra la mia vita.
-Ho qui davanti la relazione che mi hai consegnato. Che cazzo significa? Sei rincoglionito?
Quando si arrabbia così le si gonfiano le vene del collo. È la rabbia disperata di chi ha avuto la bellezza e l’ha persa. Vorrebbe che la scopassi ancora, ne ha bisogno per sentirsi viva.
-Merda, sono le dieci pagine più inutili che mente umana abbia mai partorito. Ti direi di aggiustarla ma è impossibile, ho affidato a Stein l’incarico di prepararne una decente.
Sfiorandomi ripenso alla morbidezza setosa dell’interno delle sue cosce, al gusto vellutato della sua pelle.
-Abbiamo dovuto rimandare la presentazione, per colpa tua, ignobile mentecatto.
Ripenso agli scatti della sua schiena, al grido delle sue viscere, al suo sudore caldo.
-Questa volta è troppo, Lothar, lo capisci?
C’è solo un potere al mondo, e non è quello gerarchico che crede di avere lei.
-Senti, se un cervello da qualche parte ce l’hai, sbrigati a venire in ufficio.
Ripenso alla forza meccanica delle mie mani strette intorno al suo bacino.
-Ti do la possibilità, l’ultima, di convincermi a non licenziarti.
C’è solo il potere d’acciaio della bellezza, tutto il resto è futile.
-TI dico già che non sarà facile.
Ci sono solo io, riflesso in uno specchio, fiero, perfetto.
La comunicazione si interrompe. Continuando a guardarmi negli occhi abbandono il mio sesso e trattengo la voglia che avrei di baciare la mia immagine.
Non ho fretta, sorrido, mi dico “ti amo” e vado in bagno a lavarmi.

Nessun commento:

Posta un commento