lunedì 17 settembre 2012

Io, botte

Quando ero piccolo mi chiamavano La Botte. I miei compagni di classe - tutti maschi, come imponevano le regole di quei tempi - amavano esercitarsi in brevi e rapidi componimenti durante la ricreazione, che avevano puntualmente me come soggetto.

Prediligevano giochi di parole, come Diamo botte alla Botte e La Botte dorme su una botte.

Io incassavo sia le botte sia le prese in giro, sperando che il grasso sapesse proteggermi abbastanza da non lasciare segni visibili sulla pelle. In questa partita, non giocavano a mio favore né la mole né la professione di mio padre.

Lui è un famoso enologo. O meglio, lo è stato, prima che il bisogno di controllarmi si facesse così pressante da spingerlo a non uscire più di casa. I dottori erano stati chiari: per quanto potessi supplicare, contorcermi, lanciare oggetti contro il muro o minacciare svenimenti improvvisi, non doveva farmi mangiare fuori pasto. Mai.

Legarmi i polsi dietro la schiena, chiudermi a chiave nella mia stanza, farmi sorvegliare a vista ovunque andassi... non importava come: si doveva tenere a freno il mio bisogno di mangiare in continuazione.

A quei tempi il mio bisogno non aveva un nome. Ero solo una Botte molto golosa e in cerca di attenzioni. Nessun dottore poteva sapere che ero una Botte ipoglicemica.

Ora papà il vino lo fa e basta. Dormo ancora su una botte, tagliata a metà e lavorata fino a farla diventare un letto.

Dormire sul legno mi piace. A volte chiudo gli occhi e mi sembra ancora di sentire l'odore del mosto, vecchio di anni, che scende giù fra le travi del pavimento e arriva fino alla cantina.

L'odore di mio padre.

Che è anche mio.

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